|
Farinata,
una bontà
Scritto da Guido Tampieri
Farinata,
una bontà dai mille nomi e un solo volto
La farinata,
una miscela di acqua, sale, olio e farina di ceci, cotta su una piastra
incandescente di rame zincato, è un piatto diffuso in molte regioni italiane,
modificato e arricchito da ingredienti diversi secondo le tradizioni locali.
Però la vera farinata, la fainà, sottile, croccante, ma con un’anima morbida,
giustamente unta, è tipica della Liguria e la troverete sia a Ponente
sia a Levante. Genova ne è la capitale storica per eccellenza. Ancora
oggi passeggiando lungo il Sottoripa e tra le labirintiche vie della zona
portuale, attratti dal profumo penetrante di farina di ceci e di olio
d’oliva, ci si dirige con passo sicuro all’interno di piccole botteghe,
dette sciamadde,
piastrellate di ceramica bianca. Il calore dei forni a legna dove è cotta
la farinata divampa fino in strada, accogliendo turisti e locali, che
alla farinata non sanno rinunciare. Morbida e sottilissima, nutriente
ed economica, non ha bisogno di tavoli e sedie: basta un tovagliolo per
togliere dalla bocca la patina oleosa che ammorbidisce le labbra ad ogni
boccone e che ricorda il suo sapore, anche varie ore dopo che si è mangiata.
Viva nella memoria gastronomica dei genovesi da secoli lontanissimi, della
farinata non è possibile un’attribuzione certa, perdendosi la sua origine
nella notte dei tempi. Alcuni la fanno risalire all’occupazione dei Saraceni
di diverse zone costiere della Liguria: abituati a pestare nel mortaio
erbe e cereali,
bacche e legumi, essi avrebbero cotto la farina ottenuta dai ceci su lastre
di pietra o su piastre di terracotta. Secondo altri, sarebbero stati i
soldati romani che occupavano Genova, più di duemila anni fa, a cuocere
sui loro scudi l’impasto di farina di ceci, per procurarsi un cibo nutriente
e di veloce preparazione. Tra guerre e conquiste, la farinata è giunta
sin qui, con la piccola differenza che non è più lo scudo a fare da recipiente,
ma una grossa teglia perfettamente rotonda, chiamata “testo”. I suoi numeri
sono: un metro di diametro per un centimetro di bordo. Qualunque sia l’epoca
in cui è apparsa, la farinata è sempre stata un cibo popolare consumato
prevalentemente dalle classi povere, che non potevano permettersi alimenti
più costosi, o usato in sostituzione del pane, ad accompagnare cipolle
e formaggi.
Oggi invece la farinata è divenuta una piacevolezza che si può consumare
a tutte le ore. In un ipotetico viaggio da Nizza alla Garfagnana, il turista,
anche il meno incline ai piaceri della tavola, nota facilmente la presenza
di questo prodotto quasi in ogni pizzeria, focacceria o semplice forno
che incontra lungo il suo percorso. Secondo le zone, ha nomi diversi:
frisciolata ad Imperia, socca a Ventimiglia, turta ad Alassio. Nelle zone
piemontesi limitrofe alla Liguria, come nella provincia di Alessandria,
ha il nome evocativo di belacauda
(“bella calda”: così dovrebbe essere
mangiata, dopo una spolverata di pepe nero, per gustarne appieno la fragranza).
E in Toscana, a Massa Carrara, Lucca, Pisa e Livorno, si parla di cecina,
che pare il nome più appropriato, visto che l’ingrediente essenziale di
questo alimento è proprio la farina di ceci. Nel capoluogo toscano è chiamata
farinata
alla fiorentina, riservandosi invece di usare il nome farinata per la
normale zuppa di ceci. Se avete il forno in casa, non perdete l’occasione
di fare una farinata. La vera ricetta genovese prevede un litro d’acqua,
250 grammi di farina di ceci, tre cucchiai di olio extravergine. Il liquido
dovrà essere fluente come un velo. Con l’aggiunta di sale si lascia riposare
per quattro ore rimestando ogni mezz’ora. Tolta la schiuma, si fa colare
il liquido color crema su una teglia di rame tonda, cosparsa di olio extravergine.
Mettete in forno a 250° per una decina di minuti finché la farinata non
prende consistenza e si colora di oro. A quel punto è pronta da mangiare,
con aggiunta di pepe macinato al mulinello o di rosmarino.
Il vino, un Cortese di Gavi.
Guido Tampieri
Copyright © 1999-2011 Convivium. Tutti i diritti riservati.
fonte
http://www.con-vivium.com/convivium/curiosita-enogastronomiche/386-farinata-una-bonta
|